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ecco perchè i pedagogisti sono a fianco di chi protesta

Messaggio  Admin il Gio Ott 30, 2008 6:21 pm

ECCO PERCHE’ I PEDAGOGISTI SONO A FIANCO DI CHI PROTESTA
Di Luigi Guerra preside della Facoltà di Scienze della formazione dell’Università di
Bologna
Pubblicato su Repubblica nella Cronaca di Bologna il 27 settembre 2008

Il DM n. 137, la cosiddetta “riforma Gelmini”, ha introdotto, con un vero e proprio
blitz di fine estate, profonde modificazioni nella scuola italiana. E proprio mentre
insegnanti e genitori a Bologna scendono in piazza vogliamo far sentire la voce dei
pedagogisti. Intanto per dire che siamo a fianco di chi protesta. La stessa Facoltà di
Scienze della Formazione dell’Università di Bologna ha votato un documento in cui
si chiede al ministro un profondo ripensamento. Il decreto, che prevede la modifica
delle modalità di valutazione del comportamento e del rendimento scolastico degli
studenti e l’introduzione della figura dell’insegnante unico nella scuola primaria,
dovrà essere convertito in legge, ma al di là del suo destino finale, non può non essere
oggetto di un’attenta analisi pedagogica. Mi limito a tre considerazioni. Le principali,
per l’impatto concreto che potranno avere, riguardano la modifica delle modalità di
valutazione del comportamento e del rendimento scolastico degli studenti e
l’introduzione della figura dell’insegnante unico nella scuola primaria. Il DM dovrà
essere convertito in Legge, ma, al di là del suo destino finale, non può non essere
oggetto di un’attenta analisi pedagogica. In questa sede mi limito a tre considerazioni.
La prima. Usare lo strumento della decretazione d’urgenza per cambiare
radicalmente il volto della scuola appare un’operazione del tutto inaccettabile.
Nessun Governo, quale che fosse la sua collocazione politica e la forza della sua
maggioranza l’aveva mai fatto prima d’ora nella storia repubblicana. La scuola è un
patrimonio di importanza fondamentale per tutti i cittadini, la sua trasformazione non
può non essere accompagnata da momenti adeguati di discussione pubblica nei quali
ascoltare e confrontare i differenti punti di vista, bisogni, valori. Decidere d’urgenza e
solo d’autorità su di un servizio così delicato e per sua natura interculturale significa
sempre e comunque decidere male.
La seconda. Pensare che sia positiva la reintroduzione del voto in decimi per valutare
il rendimento scolastico e nel contempo prevedere il voto “di condotta”, sempre in
decimi, con la possibilità di bloccare il percorso degli studenti che non arrivino alla
sufficienza in quest’ultimo ambito, rappresenta una scelta per così dire da “pensiero
debole”: tecnicamente oltre che pedagogicamente risibile, se non si prestasse ad usi
scriteriati. In qualsiasi università, uno studente che presentasse queste scelte come
funzionali ad un miglioramento della qualità del rendimento e del comportamento
degli studenti verrebbe trattato come una matricola impreparata. Il problema non sta
nelle forme del giudizio, ma nel modo in cui ci si arriva, nel come si riesce ad
insegnare e a costruire la socializzazione e l’apprendimento dei ragazzi: limitarsi a
restaurare le modalità per constatare e sanzionare le loro lacune e indiscipline è
un’operazione che corrisponde semplicemente al desiderio di riversare ogni
responsabilità sugli studenti, sulle loro famiglie, sul loro ambiente di vita; alla scelta
di eliminare dalla scuola chi dà fastidio, chi parla e pensa in modo diverso dalla
cultura dominante. In definitiva, chi dovrebbe essere oggetto di cura, non di sanzione.
Ed è un vero peccato che autorevoli opinionisti, anche normalmente illuminati, si
siano fatti contaminare da questa voglia di restaurazione burocratica, di
militarizzazione delle scuola.
La terza. Reintrodurre il maestro “unico” nella scuola primaria significa negare
l’evidenza di un panorama culturale che si è fortemente diversificato in questi anni
richiedendo preparazione disciplinare e didattica specifica. Ipotizzare che tre
insegnanti su due classi siano uno spreco, siano stati previsti a suo tempo solo per
motivi occupazionali è un falso storico, possibile solo nell’atmosfera cupamente
restauratrice di questi anni. Gli studenti della scuola primaria non hanno bisogno di
una chioccia superficialmente tuttologa: necessitano di stimoli culturali forti, di
modelli di adulto diversi, di un team di educatori che progetti e operi collegialmente.
Si sprecano le rassicurazioni da parte del Governo sulla sopravvivenza del tempo
pieno e di altre forme di copertura dei bisogni delle famiglie: ma con quali soluzioni?
Impegnando le poche risorse lasciate agli Enti Locali per il diritto allo studio?
Ritornando al famigerato “doposcuola”?

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