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La Gelmini ha fatto marcia indietro?

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La Gelmini ha fatto marcia indietro?

Messaggio  sabina il Mar Dic 16, 2008 12:34 am

Se la scuola non compra più


di
Giovanna Cepparello

Se la scuola non compra più…
Riflessioni su tagli e martelli

Nel
tardo pomeriggio di ieri apprendo casualmente, in rete, che la riforma
per le superiori slitterà di un anno, che il maestro unico sarà
‘facoltativo’, che per la scuola è comunque pronta una svolta storica.
Come mi accade spesso ultimamente, non capisco. Aspetto i telegiornali.
E capisco ancora meno. La Gelmini ha fatto marcia indietro? Oppure i
suoi tecnici si sono solo resi conto della impossibilità di far partire
tutta la riforma entro l’anno prossimo? E cosa vuol dire ‘maestro unico
facoltativo’? Detto così, mi pare, non ha molto senso. Cerco qualcosa
di ufficiale su internet. E trovo la circolare n. 100, prodotta oggi
dal Ministero, e il verbale dell’incontro tra Governo e sindacati sulla
scuola. E finalmente qualcosa capisco. Capisco che alcune cose vengono
solo rimandate. Per esempio l’aumento degli alunni per classe,
ovviamente improponibile senza riorganizzare e riqualificare l’edilizia
scolastica (eppure questo mi sembrava così ovvio!!). Così come, senza
grandi sorprese, viene rimandata la riorganizzazione dei percorsi di
studio per la secondaria. Sul maestro unico leggo che le famiglie
potranno scegliere tra 24, 27, 30 o 40 ore (ma non lo sapevamo già?),
che si terrà conto delle richieste delle famiglie (cioè?), e che il
tempo pieno funzionerà con due insegnanti (non essendo ancora
disponibile la maestra bionica). Non mi sembra che ci siano grossi
ripensamenti, se non quelli dettati dalla non fattibilità di alcuni
provvedimenti. Ma capisco anche un’altra cosa, importante. I tagli
restano, e restano tutti. C’è scritto a chiare lettere: la scuola verrà
privata di una fetta rilevante delle risorse che attualmente ha a
disposizione. E’ questo il nodo della questione.

Al di là del
grembiulino, del maestro unico, del voto in condotta ecc…, il principio
che sta dietro alle attuali politiche scolastiche è molto chiaro. La
scuola vale poco. La scuola è un peso per la società, un onere che la
finanza pubblica deve sostenere. E’ esattamente questo il distillato
della ‘riforma’ Gelmini, anche dopo gli ultimi ritocchi. Basta
riflettere sul fatto che, nell’Italia della crisi, il Governo ha deciso
di risparmiare in primo luogo sull’istruzione. Il piano programmatico
del Miur ‘di concerto con il Ministro dell’Economia e delle Finanze’ è
molto chiaro in proposito: 8 miliardi di euro in quattro anni. Non è
una previsione, una stima. Sono le indicazioni, precise, tassative,
ufficiali, del Governo. Confermate in modo preciso, tassativo,
ufficiale, anche oggi, nell’incontro con i sindacati. Sembra quasi che
la scuola, fino ad ora, abbia dilapidato i denari dei contribuenti. La
scuola!

Ma nella scuola vivono molte persone. Maestri,
professoresse, dirigenti, bidelli, tecnici. E bambini, ragazzi,
genitori. E molte di queste persone, molte veramente, hanno provato a
spiegare, con fantasia e civiltà, che la scuola è un valore enorme. Che
sull’istruzione si costruisce il futuro di un paese. Che nella scuola
nascono un sacco di cose importanti, tipo la cittadinanza, la legalità,
la creatività, la cultura. Molte di queste persone si sono incontrate
dopo cena, hanno costituito comitati, hanno organizzato manifestazioni,
hanno scritto documenti e preparato mozioni, riunioni, slogan e blog.
Per affermare che la scuola non è un onere, ma un’occasione. E’ nato un
movimento importante, che ha guadagnato molte prime pagine, molti
consensi dalla gente. Poi la ‘vita liquida’ di cui siamo tutti vittime,
ha spazzato via la protesta dal palcoscenico. E il Governo non si è
fermato, non ha ascoltato il paese reale. Perché? La risposta è
semplice: parliamo due linguaggi incommensurabili tra loro. Il
movimento grida che la scuola è importante. E prontamente la Gelmini
risponde che il Governo la sta migliorando. Il movimento rivendica la
professionalità degli operatori scolastici. E ‘loro’ rispondono che
infatti premieranno i migliori. Gli insegnanti chiedono più risorse per
affrontare il bullismo, l’abbandono scolastico, il calo motivazionale
dei giovani. Ed ecco, avvolto dall’aura del buon tempo antico, il voto
in condotta. E non serve argomentare. Neanche l’obiezione più ovvia:
come si può migliorare la scuola italiana tagliando 8 miliardi di euro?


Non si può argomentare. Serve un linguaggio diverso, un
confronto su un terreno altro. L’idea è semplice. Viviamo nel grande
villaggio delle veline e dei briatore. Dove si misurano le persone da
ciò che hanno, da ciò che possono comprare. Anche le cose si misurano
dai soldi che gravitano attorno ad esse. La Metafisica di Aristotele è
poco, perché se ne vendono poche copie. Il Guinness dei primati 2009 è
molto, perché se ne vendono molte copie. Il Grande Fratello è molto. Le
veline sono molto. I calciatori. I telefonini. Gli Ipod. Le scarpe
sportive. Ma, sorpresa, anche la scuola è molto. Non ha (per ora)
sponsor, ma vale molto lo stesso, proprio nel senso che molti soldi
gravitano attorno al fare scuola. Zaini, diari, quaderni, GREMBIULINI,
libri di testo, dizionari, atlanti. E gite. Le mamme e i babbi italiani
spendono ogni anno grosse somme di denaro per mandare il loro figli a
scuola. E spendono senza protestare neanche tanto, perché la scuola
smuove un sacco di emozioni, di ricordi, di speranze, e perché molti
genitori mettono l’istruzione dei propri figli in cima alla lista delle
loro priorità. Ecco perché, forse, anziché parlare con un muro di gomma
difendendo l’importanza dell’istruzione pubblica, potremmo cominciare,
serenamente, a picconare l’indotto economico della scuola. Non
consumare più. Proprio mentre ci invitano da più parti a spendere per
rimettere in piedi il grande carosello che si è inceppato, potremmo,
beffardamente, dire no. Supponiamo, ad esempio, che un gran numero di
scuole in Italia decida di non effettuare viaggi di istruzione. Quelli
dei grandi albergoni che servono menù di bassa qualità ideati proprio
‘per le gite’, quelli dei pullman, dei tour operator, delle visite
guidate. Non sarebbe un bel guaio? E supponiamo anche che molte scuole
medie e superiori organizzino una efficiente banca del libro, invitando
tutte le famiglie a non acquistare i libri di testo, ma a passarseli di
anno in anno. Altro grosso guaio. Anzi, grossissimo. E, solo per
ipotesi, immaginiamo che le forme di protesta dilaghino, che le
persone, i ragazzi, i genitori, decidano di non comprare diari
griffati, o quaderni con le fatine e i super-eroi… Uscire dal nostro
ruolo di consumatori onnivori sembra impossibile. Ma è una strada
interessante. Mi viene da pensare ad una bella pagina di Martin
Heidegger, quella del martello e del chiodo. Mentre sto martellando per
piantare un chiodo, il martello in quanto tale non esiste. E’ dato per
scontato, non è riconosciuto esplicitamente in quanto oggetto. Ma se si
rompe, o cade, o piega il chiodo, ecco che allora il martello diventa
presente, si stacca da me e acquista la sua ‘martellità’, la sua
autonomia ontologica. Ecco, in un certo senso oggi siamo tutti
martelli, nelle mani del Mercato. Non esistiamo, l’importante è che
acquistiamo. Allora, la proposta potrebbe essere questa: smettiamo di
funzionare, rompiamoci. Non è un boicottaggio, è un modo per esserci.
Per diventare presenti. Uomini, donne, ragazzi e ragazze. Non comprare
vale molto più di mille megafoni. E’ una forma di potere. In molte
scuole italiane se ne sta parlando. In particolare, il provvedimento
blocca-gite sta girando l’Italia. E oggi, amareggiata dalla finta
marcia indietro del Ministro, e da questo continuo nascondere i nodi
veri delle cose, mi viene veramente da pensare che l’unica speranza sia
nel martello che si rompe.

Giovanna Cepparello
insegnante, membro del comitato di difesa e vigilanza della scuola pubblica
del Liceo Scientifico “F. Enriques”, Livorno



sabina

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