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Dedicato alle maestre/"vicino all'inizio"

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Dedicato alle maestre/"vicino all'inizio"

Messaggio  sabina il Mar Dic 16, 2008 1:05 am

VICINO ALL'INIZIO
Che lavoro faccio? Io ho il compito di stare vicino all'inizio, è
questo il mio mestiere. Detto così il mio lavoro mi appare bello e
importante.

Saper stare vicino all'inizio è altra cosa
ancora, io l'ho imparata un po', ma so che posso impararla di più. Non
è che non sono abbastanza sveglia o intelligente, è che stare vicino
all'inizio sembra facile, ma non lo è. Perché? Perché presuppone di
rimanere in contatto con le cose essenziali, di base. Questa capacità è
un dono di cui tutti possono godere ed al contempo è un'arte che va
continuamente esercitata. Un'arte che nella nostra cultura è posta ai
margini, quando addirittura non è del tutto eclissata.

Ho
imparato a stare vicino all'inizio proprio grazie al mestiere che
faccio. Un po' anche mi veniva naturale e grazie alla politica delle
donne ho intuito sempre di più che era una cosa buona. Io sono una
maestra elementare. Da anni sono vicina a bambine e bambini che
iniziano: ad andare a scuola, a scrivere, a leggere, a ragionare
insieme, ad orientarsi nelle dinamiche sociali, a sperimentare molte
emozioni. Sono bambine e bambini che per la loro età sono anche vicino
all'inizio della loro vita e sono molto vicini a colei che ha loro dato
la vita: sono ancora molto contagiati dalla conoscenza che si genera
con l'affetto, il legame, il bisogno di stare in contatto con il corpo
della loro madre, con gli oggetti, con la natura. I bambini e le
bambine mi fanno fare i conti con molte cose essenziali. Per accennarne
alcune, vi elenco un po' di affermazioni e di domande che mi sono
sentita ripetere moltissime volte durante la mia carriera e che mi
hanno costretto a pensare: Lui vuole indietro il suo regalo, dice che
si è sbagliato a darmelo. Chi ha generato Dio? Posso fare morire il
personaggio della mia storia? Ci dici se esiste veramente Babbo Natale?
Non mi fanno giocare con loro! E' vero che da adulti non si piange più?
Non sono più sua amica. Non ci riesco! Mi allacci le scarpe? Mi fa male
la pancia. Che begli orecchini che hai oggi! Io, come maestra, sono
l'accompagnatrice di quelle bambine e di quei bambini in un percorso in
cui si giocano cose elementari, ma che appartengono all'ordine delle
fondamenta, cose intorno alle quali tutto si ordina e prende senso, si
organizza, progredisce. Cose piccole piccole e che pure sono anche
quelle che hanno un sapore - salato, dolce, amaro, piccante oppure
aspro - che ti serve a riconoscere dopo gli altri sapori della vita
sociale. Quelle cose che scompaiono subito dopo che hanno preso forma,
un po' perché le si dà per scontate, un po' perché si ritiene che
facciano parte del percorso naturale e, allo stesso tempo, abbiano un
carattere secondario rispetto ad altro di più importante. Cose che
però, se non ci fossero, se non ci fosse la possibilità di passarci
attraverso, allora risulterebbe che sono tutto meno che scontate. La
loro madre li inizia ben prima di me a tutto questo e lo fa
naturalmente, bene o male, ma come dice una mia amica, maestra in
pensione, meglio una cattiva madre che non avere madre. Io proseguo,
cercando di iniziarli ai saperi fondamentali per usare il pensiero e
scoprire chi si è: quando inizia la tua storia? E la storia del mondo?
Proviamo a scrivere una parola. un pensiero. un racconto. Cosa vuol
dire studiare? Cosa vuol dire riassumere? E mentre sto al loro fianco,
mi pongo io stessa molte domande: Alla base del senso della storia cosa
c'è? E alla base della scrittura? Cosa è indispensabile sperimentare
prima? Prima che sia troppo tardi, prima che non sia più il momento
giusto.

Questo è il mio lavoro. Per anni non ne ho parlato,
non l'ho raccontato, non riuscivo nemmeno ad immaginarlo. Lo facevo,
punto e basta. Sono stata una di quelle maestre che per molto tempo ha
pensato di non avere niente di intelligente da dire al resto del mondo,
alla società, agli esperti, ai "pedagogisti". Per anni ho lavorato al
buio insieme alle mie colleghe, ho lavorato nel silenzio. Questa non è
l'unica immagine di cui mi servo per parlare del mio lavoro. Spesso uso
"operaia del sociale" come metafora della passione esistenziale che
metto nel mestiere che faccio, dello stipendio che prendo e del
contraddittorio riconoscimento collettivo che investe la professione di
maestra elementare. Operaia ha a che vedere con il fatto che assumere
il ruolo magistrale istituzionale significa entrare a far parte di un
circuito in cui la richiesta prevalente è quella che le maestre siano
delle esecutrici, delle operatrici dei piani di ingegneria pedagogica
elaborati e approntati da "menti in grado di farlo". Cosa accomuna
l'essere maestra al lavoro operaio? In entrambi i casi si producono
beni, materiali o immateriali, che sono indispensabili e rendono lo
spazio collettivo e pubblico degno di essere vissuto. Sociale rimanda
al lavoro di civiltà, di cura affettiva e intellettuale che tanta parte
ha nei gesti quotidiani di noi maestre con le bambine e i bambini che
incontriamo nelle classi.

E adesso? Adesso sono qui a
scrivere questo articolo per raccontare di un nuovo inizio: è un
duplice nuovo inizio. Ad aprile dell'anno scorso, noi maestre siamo
salite in cattedra al quinto convegno nazionale del Movimento
dell'Autoriforma, che titolava Le maestre e il professore. In
quell'occasione, per la prima volta, abbiamo portato nella dimensione
pubblica il sapere che ci deriva dalla nostra pratica educativa, in un
contesto, quello del convegno, in cui era previsto un ribaltamento
simbolico della tradizionale gerarchia degli ordini di scuola, per cui
gli asili nido, le scuole materne ed elementari sono sempre all'ultimo
gradino per la minore importanza sociale che hanno e per il poco
interesse che suscitano come luoghi da cui attingere pratiche sapienti
su cui vale la pena di investire a livello di elaborazione. Cosa è
iniziato lì? Per noi si è aperta la strada del racconto, dello scambio
con le altre e gli altri di ciò che di buono c'è nel nostro mestiere,
cioè ciò che fa bene alle bambine e ai bambini ma anche al sapere, alla
cultura, alla costruzione della conoscenza e più in generale alla vita
sociale. Abbiamo iniziato a stare nel dialogo con le/gli altri
insegnanti degli altri ordini di scuola togliendoci dalla posizione di
subordinate che, insegnando ai più piccoli, non hanno niente di
interessante da portare sul piano del pensiero. L'altro inizio riguarda
la pratica che Silvana, Chiara e io abbiamo utilizzato per passare dal
silenzio che ci avvolgeva alla parola: la pratica di osservarsi mentre
si è al lavoro in classe. Guardare altre insegnanti all'opera: è questa
la strada che abbiamo iniziato a percorrere per provare in modo libero
a nominare il sapere che abbiamo costruito in tanti anni di esperienza
di contatto con l'infanzia. Aver visto ci mette in contatto con molta
parte del sapere implicito sia nostro sia di chi osserviamo e, se è
vero che non è completamente sostituibile con alcuna descrizione, se ne
possono ricavare immagini e spunti per un'interrogazione più
approfondita di ciò che realmente c'è in gioco quando siamo nel vivo
della pratica del nostro mestiere. Osservare l'altra è stato per noi il
momento primo di un processo che ne prevedeva anche altri di
riflessione, ma rigorosamente secondari rispetto allo stare in presenza
e al lasciarsi toccare nello sguardo e nel cuore da chi è l'altra
mentre insegna. Per passare dal silenzio che ci avvolgeva alla parola
quindi abbiamo agito come sappiamo fare grazie alla nostra esperienza
di maestre. In questo senso sento che siamo rimaste in contatto con il
nostro sapere e che abbiamo imparato un po' meglio a stare vicino
all'inizio.

Da due anni mi occupo di dare voce al sapere
dell'esperienza delle maestre elementari, da quando ho avviato la
ricerca a cui mi sono dedicata per concludere il percorso
universitario. Tutta la mia ricerca è ispirata da una mancanza: il
sapere delle maestre non è ancora nominato e manca di adeguata
rappresentazione e di riconoscimento, sia tra le maestre stesse sia a
livello delle discipline pedagogiche. Accanto a questa mancanza, una
presenza, relativamente nuova, mi ha sostenuta a procedere nel lavoro:
nella scuola, nell'università e in generale nel mondo ci sono donne
interessate ad interrogare i saperi femminili e a sostenere gli sforzi
di chi intraprende ricerche libere che hanno il senso di un'impresa mai
solo personale, perché sono il frutto di influenze e di scambi
reciproci e perché tutti ne potranno condividere i guadagni. Anna Maria
Piussi, con cui mi sono laureata all'Università di Verona, mi ha
appoggiata in questo lavoro, intitolato Voci maestre, che a fine anno
sarà pubblicato. Penso a questo lavoro come ad un ulteriore passo nella
direzione di raccontare e rappresentare il sapere dell'esperienza di
noi maestre elementari. Ci tengo a sottolineare che, se escludo la
fisiologica solitudine che ho incontrato nella fatica della scrittura,
non sono mai stata sola durante il lavoro di ricerca: ho condiviso il
progetto con Giuliana Gatti, Silvana Turci e Chiara Nerozzi, tre
maestre e amiche con le quali faccio politica. Il fatto di pensarlo
insieme a loro ha determinato in modo sostanziale l'andamento della
ricerca e gli esiti, seppur provvisori, a cui sono giunta. Penso a
questo lavoro anche come un ulteriore passo nel rapporto tra scuola e
università. E' risaputo che l'accademia è un luogo per lo più
caratterizzato da dinamiche di potere, di immagine, di invidie e di
competizione, all'interno del quale conta più la teoria
dell'esperienza, il sapere dei cosiddetti "esperti universitari" e non
i saperi che le maestre acquisiscono grazie alla pratica quotidiana.
Per fortuna non è solo così: la linea discendente per cui i saperi
dall'università si muovono quasi obbligatoriamente verso il basso, cioè
verso le scuole, è già stata spezzata dal dialogare pubblico che da
anni si fa nei movimenti autonomi di insegnanti, in cui sia docenti
universitarie che insegnanti di vario ordine e grado hanno dato forma
ad una prospettiva circolare, contagiandosi reciprocamente. Penso qui
in particolare al Movimento di Autoriforma a cui partecipo da anni. Ma
abbiamo bisogno di altre invenzioni e di ulteriori anelli di
congiunzione che testimonino di un rapporto fecondo tra il sapere della
pratica, quel sapere dell'esperienza che possono avere tutti, tutte, e
il sapere teorico. Il fatto che Anna Maria Piussi mi abbia sostenuto ed
autorizzato ad una libera ricerca e abbia creduto lei per prima nel
sapere di noi maestre elementari, insistendo affinché il lavoro da me
fatto fosse reso pubblico, ha un valore importante proprio all'interno
di un orizzonte di cambiamento di cui abbiamo bisogno per immaginare e
realizzare mediazioni e pratiche universitarie che diano voce al sapere
femminile.

Il percorso di ascolto delle storie di vita delle
donne impegnate nei gradi più bassi di istruzione e di interrogazione
della loro esperienza educativa è appena agli inizi. Per me che l'ho
intrapreso con questo lavoro, si tratta di avere solo incominciato ad
avere cognizione che la raccolta di racconti biografici di maestre e
l'osservazione sul campo sono due ricchissime fonti per l'esplorazione
del nesso che esiste tra la differenza femminile e la funzione
magistrale. Leggere storie di maestre, entrare nel vivo di esistenze e
biografie professionali finora sottaciute, è legittimante: io ne ho
ricavato autorizzazione ad essere con valore ciò che sono stata per
tutti gli anni in cui ho lavorato al buio, nel silenzio. Un altro
guadagno mi deriva da tutto il lavoro di elaborazione fatto con
Silvana, Chiara e Giulianna: il sapere dell'esperienza è il sapere
necessario e sufficiente per insegnare ed anche per formare le future
generazioni di insegnanti. E' questo sapere, disconosciuto e
influenzato negativamente dalla concezione neutro-astratta della
conoscenza, che può dare il maggiore contributo alla ricerca accademica
per arrivare alla formulazione di un sapere teorico radicato
effettivamente nella realtà della relazione educativa. Un sapere in cui
pratica e riflessione teorica possano illuminarsi vicendevolmente
all'interno di un circolo di riconoscimenti reciproci, interrompendo i
meccanismi di delegittimazione e di sottrazione che finora hanno
dominato l'economia dei rapporti tra accademie e scuole.

Molta saggezza racchiusa nelle pratiche delle maestre elementari
aspetta, per essere svelata, uno sguardo che l'accolga e molte voci
ancora attendono di essere ascoltate. Ma, come dice il proverbio, chi
ben comincia è alla metà dell'opera.

di Cristina Mecenero

sabina

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