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L'epoca dello straniamento - di R. Iosa - parte 2^

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L'epoca dello straniamento - di R. Iosa - parte 2^

Messaggio  Admin il Mer Ott 15, 2008 3:35 pm

1. La Grande Paura. E’ il connotato dell’epoca, inutile negarlo, dagli stranieri al terrorismo, dalla globalizzazione selvaggia alla Cina, allo scontro tra generazioni. Popolazioni occidentali garantite da 60 anni di pace sentono sull’uscio di casa un Mostro Incognito. Quello che due ottimi psicologi francesi hanno chiamato epoca delle passioni tristi. Pervade destra e sinistra, i sindaci sceriffi ci sono anche in Emilia Romagna. A questa grande paura si sta rispondendo con una recessione dei cervelli e dei sogni. Tremonti, già dicevo, vede un futuro possibile solo nel ripristino del trinomio Dio Patria Famiglia, insomma al ritorno dei confini chiusi, politici e mentali. E’ una teoria seria, vicina al conservatorismo compassionevole, non sono chiacchiere. A sinistra invece si dice “non avevamo capito la Paura”, ma non c’è alcun pensiero di sogno. Senza il comunismo sembra rimasto il futuro vacuo, solo la pratica del vicino possibile. Un interessante studioso come Latouche ci propone il de-sviluppo e la sobrietà. Pensieri interessanti, teorie alternative, però considerate da snob che aspettano il beaujolais nouveax della prossima settimana per tornare a terroir et nature.
Come non pensare che anche nei sistemi di istruzione la Grande Paura non colpisca? Non è infatti difficile vedere nelle decisioni recenti sulla scuola non solo la risposta ad una paura economica (che comunque domina), ma anche il riflesso di una regressione ad un’epoca nella quale c’erano (appunto) i confini tra Stati, tra generazioni, tra ceti, tra generi. Insomma: ognuno al suo posto. Come se fosse più possibile! Come se prima i confini avessero funzionato! Confini che vengono presentati come “ritorno all’ordine”, alla sicurezza, alla separazione, al premio del merito e al castigo del demerito. Confini che la Grande Paura, sia quella vera che quella percepita, rende ragionevoli anche a qualcuno di sinistra. La si chiama “autorevolezza”, che però non si vende al mercato come i carciofi. O c’è nella società come cittadinanza condivisa oppure è solo populismo o peggio tirannia. La risposta data alla Grande Paura dalla sinistra politica nel recente passato è stata l’apologia della cosiddetta “società della conoscenza” che dovrebbe aumentare in tutti le competenze come “capitale sociale” per lo sviluppo, ma questa rischia di restare una tipica risposta razionalista di corto respiro. Dico da molto tempo che gli europei hanno bisogno di ermeneutica e non di epistemologia, ma invece oplà: viva la quantità, viva l’inglese, viva l’e.learning, viva il chiacchericcio di una cultura cumulativa, utilitaristica e posticcia. Serve cultura, che è qualcosa di più e diverso dalla conoscenza. Cultura critica che contenga anche, nei giovani, l’apprendere a sognare che un altro mondo è possibile, altrimenti a cosa li prepariamo? Solo alla cultura del difendersi, del preservativo sull’erotismo, della dieta igienica sul gusto del cibo, dell’andare avanti da soli che non ci si può fidare di nessuno e così via?

2. Quel benedetto 68. Non se ne può più di sentirsi dire che le colpe degli scarsi risultati della scuola sono frutto della cultura del 68 e del lassismo pedagogico. Autentiche invenzioni. Nella mia esperienza di maestro il 68 ha voluto dire, come in tutti gli amici cui aggiungo queste righe, un moto di rottura tra generazioni, rottura nella quale i giovani chiedevano accesso alla società e al potere, la rottura della stratificazione sociale. Insomma, democrazia. Per la scuola ha voluto dire l’inizio di un segno + sugli obiettivi. L’esatto opposto del lassismo: l’y care don milaniano.
Ho iniziato a fare il maestro nel 1970 e la prima e unica riunione dell’anno l’ho fatta il 30 settembre perché la scuola iniziava il 1 ottobre. Poi quattro ore ogni mattina da solo per i fatti miei e i bambini che lo Stato mi aveva dato, fugaci incontri con le colleghe nella pausa caffè (detta merendino). Questa era la scuola che il ritorno del maestro unico ci porterebbe: quella della solitudine narcisistica e del merendino ultimo residuo di collegialità. Era anche una scuola lavativa e comoda, poche ore e molto tempo libero. Ma non avevamo affatto in testa una scuola lavativa, indifferente, lassista come si spaccia volesse il 68. Siamo infatti stati così “masochisti” che ci siamo inventati il tempo pieno, le eterne riunioni di programmazione, l’inizio della scuola a settembre, organi collegiali a tutto spiano perfino troppo, tanto rapporto col territorio. Poi siamo stati così lassisti che ci siamo presi anche gli handicappati e gli sfigati della terra e ne abbiamo fatto la nostra gioia, poi gli stranieri dicendo che “la diversità è bella”, sapendo ma non dicendo che è anche una grande fatica. Nella scuola elementare, per essere ancora più lavativi, ci siamo perfino inventati il team teaching per legge e qualcuno pensa sia stata solo una mossa sindacale e non una rivoluzione pedagogica! Come se lavorare insieme sia facile e non più comoda invece la solitudine e la collegialità del merendino. Certo il 68 “vero e serio” ha contato di più nella scuola materna ed elementare che nella media e superiore. Ed infatti è proprio su quella elementare che ci si accanisce, perché in realtà le altre sono ancora quasi simili agli anni 60 e se ne vedono tutti i difetti!
Ma chi le tocca quelle scuole? Si pensi un po’ all’ironia: se si voleva risparmiare si poteva innalzare da 18 a 20/22 le ore settimanali di lavoro dei prof, e avremmo risparmiato di più! Qualcuno avrebbe detto che 22 ore alla settimana sono troppe? Come dirlo ad una maestra della materna che ne fa 25? Il 68 ha voluto dire per la scuola elementare un enorme maggiore impegno, al punto da cambiarci la vita. Ma aveva uno scopo grande, figlio dell’epoca (keinesiana) della Grande Speranza: l’eguaglianza delle opportunità educative. La Grande Paura pensa che questa frase sia solo mito romantico, che natura non facit saltus, che ognuno deve stare al suo posto. Facile da parte di chi ha già tutto e teme di perderlo.
Se l’epoca post 68 ha voluto dire lassismo e destrutturazione non è forse più colpa del consumismo? Questo neo-comunismo con una s in più che obbliga gli occidentali a consumare schifezze e a darsi stili di vita tutti eguali e incongrui altrimenti si è out? Non è la televisione la vera cattiva maestra, il Segretario del Partito unico cui dobbiamo riverenze e osanna di posticcia e omologata felicità? Non ricordate le profezie sulle lucciole di Pasolini?
Penso che dietro alla critica al 68 vi sia in realtà una questione politica ed economica che ci aiuta a comprendere solo una seria analisi dei rapporti di produzione e riproduzione, di come questi nella modernità globalizzante hanno costruito e ri-costruito nuovi rapporti di potere, nuove povertà e ricchezze, nuove clonazioni culturali e stili di vita clonati, insomma in estrema sintesi quell’orda umana presente negli ipermercati che hanno sostituito le nostre piazze-agorà come luoghi di comunità. E come non può non risentirne la scuola di tutto questo?
Ma questa mini-apologia dei nostri anni di innovazione pedagogica e didattica non può far dimenticare i tanti errori emersi e le pigrizie non contrastate. Ad esempio non si è mai fatto il salto dall’insegnante-massa all’insegnante professionista: fallimento nella formazione in ingresso e in itinere. Ad esempio non abbiamo messo con sufficienza al centro l’alunno ma le graduatorie e i punteggi. Ad esempio non abbiamo mai creato un vero sistema di controllo e punente. Ad esempio non abbiamo realizzato davvero concorsi selettivi della professione: tutti dentro, belli e brutti. Ad esempio la collegialità è spesso stata finta amicizia o peggio omertosa complicità. Insomma non è il momento di difenderci con la nostalgia del bene che avremmo fatto, ci vuole assieme l’onestà di ammettere gli errori, evidenziando le pecche di un sistema che si è espanso in disordine e senza sguardi sistematici e condivisi. E’ tema di tutto il sistema pubblico italiano, non solo della scuola. Sappiamo quanto queste pecche pesino nella critica che ci viene da chi vuol destrutturare il sistema pubblico del welfare. La pigrizia o la difesa corporativa dei nostri errori darebbe ragione definitiva ai destrutturatori.

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