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Maestro unico: così si destruttura la scuola elementare - di R.Benzoni e G.Gandola

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Maestro unico: così si destruttura la scuola elementare - di R.Benzoni e G.Gandola

Messaggio  Admin il Lun Ott 20, 2008 3:27 pm

dal sito www.scuolaoggi.com

Maestro unico: così si destruttura la scuola elementare
di Rosalba Benzoni e Gianni Gandola

Sulle motivazioni – di carattere economico ma anche culturale – che stanno alla base del Gelmini-Tremonti pensiero Scuolaoggi è già intervenuta più volte. Quello che forse non è ancora abbastanza chiaro è il percorso che con ogni probabilità verrà seguito per portare a compimento la “rimodulazione dell'attuale organizzazione didattica della scuola primaria” prevista dall’art.64 del decreto legge n.112/2008.

La Gelmini ha detto e ripetuto più volte che non verrà toccato il tempo pieno. La rivista scolastica Tuttoscuola nei giorni scorsi ha fornito una sponda teorica e solidi argomenti al ministro (*). Il ragionamento di fondo è semplice e riassumibile in pochi passaggi.
Uno. Il maestro unico non sarà…solo. Il maestro unico sarà l’unico insegnante che gli alunni si troveranno di fronte? No, risponde Tuttoscuola, se non in casi eccezionali. Nella stragrande maggioranza dei casi vi sarà anche l’insegnante specialista di lingua straniera e l’insegnante di religione cattolica. In questo senso, dice sempre Tuttoscuola, sarebbe più corretto chiamarlo docente prevalente (sta di fatto che a questa figura verranno affidati tutti gli insegnamenti e le discipline fondamentali, le educazioni, informatica, ecc.).
Due. Oltre al tempo scuola di 24 ore sarà possibile una più ampia articolazione di tempo scuola, come già prevedeva la riforma Moratti, con modelli a 27, 30 e 40 ore settimanali. I modelli a 27 e 30 ore, par di capire, sulla base di ore aggiuntive di insegnanti dello stesso organico di istituto. Le 40 ore perché il Tempo pieno verrebbe mantenuto, anzi addirittura incrementato.
Tre. Tuttoscuola sostiene che l’eliminazione dei moduli (3 docenti su due classi e non 3 docenti per classe come ha sostenuto a Ballarò il ministro Tremonti!) consentirà infatti un possibile aumento del tempo pieno del 50%. La proposta/ipotesi sarebbe questa:
- ridurre almeno del 50% le classi a modulo, con un risparmio di 26000 posti
- impiegare circa un terzo di quel risparmio (8000) posti per destinarli all’aumento del tempo pieno su 16000 classi
Il risultato numerico dell’operazione sarebbe, a livello nazionale:
- 52000 classi a 24 ore con maestro unico
- 52000 classi a 27 – 30 ore più eventuale mensa a modulo (un insegnante e mezzo per classe)
- 50000 classi a tempo pieno (40 ore compresa mensa) con due insegnanti per classe.

E’ evidente la ricaduta sulla qualità del servizio: a meno di considerare (come sembra fare Tuttoscuola a supporto delle tesi del Ministro Gelmini – ma con quali presupposti pedagogici?) il tempo scuola nonché le risorse e la collegialità dei docenti delle variabili neutre, avremmo offerte formative sostanzialmente diverse e grandi disparità da scuola a scuola, da territorio a territorio.

La rivista prospetta in ogni caso un vero e proprio piano di espansione del tempo pieno in tre-cinque anni, con l’obiettivo della “ diffusione del tempo pieno nelle aree meridionali e nelle grandi città”, con il contributo attivo dei Comuni, che dovrebbero assecondare l’azione ministeriale con propri interventi di adeguamento dei locali e di attivazione dei servizi richiesti.
Tuttoscuola infine ricorda che il tempo pieno nella scuola elementare ha una storia lunga, risalente al 1971, con la legge 820 che consentì il raddoppio dell’organico (un docente al mattino e un docente per le attività integrative pomeridiane) per le classi a 40 ore.
Quello che Tuttoscuola si guarda bene dal dire è che il tempo pieno - ma anche i moduli - hanno rappresentato negli ultimi venti-trent’anni e rappresentano tuttora un modello organizzativo e pedagogico ben diverso e alternativo rispetto all’insegnante unico. La pluralità dei docenti non è solo un fatto numerico, puramente quantitativo, ma ha voluto significare un diverso modo di fare scuola, fondato su una programmazione unitaria e collegiale degli interventi, sulla suddivisione degli ambiti disciplinari fra gli insegnanti, su un’integrazione degli interventi educativi (le varie attività creativo-espressive, i laboratori, le classi aperte, ecc.). Questa è la differenza di fondo.
Come si concilia nella visione di Tuttoscuola, rivista scolastica per eccellenza, la riproposizione di un modello pedagogico che appartiene al passato (l’insegnante unico, “tuttologo”, unico detentore dei saperi e delle relazioni educative con gli alunni) con il modello didattico-organizzativo del gruppo docente, del team teaching? E’ evidente che si può conciliare in un modo solo: il tempo pieno altro non sarebbe che un fatto orario (le 40 ore), fondato in realtà sulla riproposta dell’insegnante unico e il suo doppio, vale a dire il ritorno alle vecchie attività integrative.

Anche sulla scia di queste considerazioni, non è uno scenario improbabile allora ipotizzare, da parte dell’asse Gelmini-Tremonti, un’operazione di “rimodulazione” della scuola primaria in due tempi. Aggredire ed eliminare oggi il tempo pieno è troppo impopolare e scatenerebbe reazioni furiose (in molte città, Milano-Torino-Bologna, ecc. il TP corrisponde ad un bisogno dell’utenza, ad una domanda sociale fortemente sentita). In un primo momento si manterrebbero le classi a tempo pieno (o meglio a 40 ore) e - come si sostiene – si potrebbero anche aumentare qua e là, redistribuendo un po’ dei posti recuperati dai moduli. Nel frattempo si spazzerebbe via la gran parte dei moduli nel resto d’Italia, con l’avvio di “classi affidate ad un unico insegnante e funzionanti con orario di 24 ore settimanali” (secondo quanto prevede il comma 1 dell’art.4 del DL n.137/2008). In questo modo, nell’opinione pubblica e nella percezione generale, si affermerebbe comunque il principio che il modello base della scuola primaria è l’insegnante unico (una classe, un docente, 24 ore).
In una seconda fase si potrebbe far notare - una volta consolidato questo assunto - che per l’insegnamento elementare sono sufficienti un solo docente e 24 ore e che le rimanenti ore, necessarie per coprire un tempo scuola di 40 ore, mensa inclusa, sono un fatto prevalentemente assistenziale. Ci pensino allora gli enti locali, i Comuni, a farsene carico e a garantirle. Così si estenderebbe il principio che la scuola elementare, l’istruzione di base è quella fornita dal maestro unico, il resto è un’aggiunta, un fatto comunque residuale e facoltativo.

Nel ragionamento di Tuttoscuola, tra l’altro, si perde di vista il fatto che anche i moduli garantiscono oggi in una molteplicità di situazioni un modello organizzativo di tempo lungo (27-30 ore, con alcuni rientri pomeridiani, senza le 10 ore di mensa del tempo pieno) richiesto e ben visto dalle famiglie. E non solo per una questione oraria (in molte provincie il tempo pieno non è stato attivato perché nel corso degli anni non sono stati dati gli organici), ma perché comunque il modulo – laddove è tale - garantisce anch’esso una pluralità di interventi educativi ritenuti generalmente positivi.
Non dimentichiamo che le stesse indagini internazionali sulla scuola elementare che collocano la nostra ai primi posti non si riferiscono solo al tempo pieno ma anche alla realtà dei moduli, che costituiscono la stragrande maggioranza delle classi in Italia.

Il punto è allora, come è stato scritto su Scuolaoggi, aprire un dibattito serio sulla scuola elementare, sui suoi compiti, sulla sua organizzazione, sui suoi costi e sui suoi risultati.
I veri nodi da sciogliere per superare alcuni effetti distorsivi determinati dalla pluralità degli insegnanti sono altri: la formazione dei docenti nelle nuove discipline; l’organizzazione della didattica per un apprendimento attivo; la flessibilità nell’impiego degli organici; e ancora le grandi questioni del reclutamento e della mobilità. Non si discute sulla necessità di eliminare gli sprechi dove effettivamente ci sono: il libro bianco sulla scuola predisposto dal precedente governo ne evidenzia con chiarezza molti. Come mai, ad esempio, con lo stesso numero di alunni per docente il Piemonte garantisce il tempo pieno al 50% dell’utenza e il Molise a meno dell’1%? Come mai il numero di disabili in alcune regioni è triplo che in altre?

Abbiamo l’impressione, insomma, che si cerchi piuttosto di coprire una manovra essenzialmente economica, di risparmio della spesa per l’istruzione, con improbabili (se non inesistenti) motivazioni pedagogiche o con la altrettanto poco credibile prospettiva di aumento di un tempo pieno dai contorni non ben definiti. Una proposta dunque, quella di Tuttoscuola, sostanzialmente ambigua sul piano pedagogico e culturale.

Rosalba Benzoni, Gianni Gandola

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