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Giudizi o numeri? Il problema è un altro

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Giudizi o numeri? Il problema è un altro

Messaggio  Orianna Tinazzi il Mer Ott 22, 2008 7:02 pm

SCUOLA/ Giudizi o numeri? Il problema è un altro
Associazione Diesse

giovedì 18 settembre 2008

Il decreto legge n.137 del 1 settembre 2008 sta infiammando la discussione nazionale, tra le altre cose, anche sul sistema della valutazione del rendimento scolastico degli
studenti. L’articolo 3 rintroduce nella scuola primaria e secondaria di primo grado la valutazione periodica ed annuale degli apprendimenti degli alunni espressa in decimi, a partire da questo anno scolastico 2008/2009.
In questo modo, dopo 31 anni ( i voti nella scuola dell’obbligo erano stati aboliti nel 1977 con la legge 517 ) viene ripristinato nella scuola del primo ciclo quello che da tempo
avviene nella scuola superiore.
La cosa di per sé non è poi così scandalosa come
alcuni vorrebbero far credere. Valutare vuol dire attribuire valore e misurare,
secondo criteri prestabiliti, i risultati ottenuti in prove ( o verifiche)
adeguatamente predisposte. Si tratta di operazioni, dato il contesto, a
carattere educativo, da svolgere in vista della crescita degli alunni e dello
sviluppo di conoscenze ed abilità richieste nell’ordine della scuola
frequentata. Le modalità con cui vengono comunicati e registrati i voti sui
risultati attesi delle verifiche e della valutazione storicamente sono
molteplici. Nella scuola italiana negli ultimi quaranta anni si è passati dal
voto numerico (1-10) a quello letterale ( A-B-C-D) a quello aggettivale (
non sufficiente, sufficiente, buono, distinto, ottimo).
Il decreto legge n.137 , proposto dal
Ministro Gelmini, ripropone i voti espressi in decimi. Nulla di male, a nostro
parere, se i termini della questione fossero puntuali e chiari nel merito e nel
metodo.
Chi è nella scuola dei più piccoli da anni, infatti, sa che molto spesso bambini, ragazzi e genitori chiedono : “Quanto, prof?” sperando che la risposta rimandi più ad una precisa
quantità che ad una generica qualità. Nulla di male, dunque, se ritorniamo ai
numeri. Anche perché la questione è molto più complessa.
Lo si vede ad occhio nudo: il problema della
scuola e del sistema valutativo presenta aspetti delicati e ha profonde radici
culturali, sociali, politiche e sindacali. Occorre, per esempio,
recuperare il senso dell’insegnare istruendo; ridefinire i termini della
professione docente; ripensare la pratica della valutazione come risorsa
per motivare, accompagnare, sostenere l’avventura della conoscenza e il gusto
dell’apprendimento significativo, critico e sempre più autonomo. Si tratta di
un’esigenza innegabile.
Purtroppo è davvero reale il rischio
di passare dalla padella dei giudizi, conditi o con frasi che non
dicono nulla o con termini elaborati in didattichese spinto, alla brace dei
numeri, alimentata da una prassi in cui spesso si confonde ancora tra verifiche
e valutazione. Soprattutto, quando, a causa di un ambiguo e contraddittorio uso
dei voti, prevalgono le angosce (in alunni e genitori), i sensi di
onnipotenza professorale, il bilancino dei numeri decimali con i mitici segni
del più e del meno meno, che in tempi passati abbiamo vissuto e che spesso
sono in atto ancora nelle superiori.
Non basta dunque l’articolo di un decreto
legge per ridare fiato ad una cultura della valutazione che da tempo languisce
nella scuola italiana. Senza la consapevolezza critica della dinamica,
delle modalità e dei fini della scuola e della valutazione formativa,
nella pratica quotidiana, effettuata in termini di personalizzazione,
ricorrere al numero significa restare nell’ambiguità e nell’inefficienza
valutativa.
Leggiamo, per esempio, il comma 1 dell’art. 3:
“Dall'anno scolastico 2008/2009, nella scuola primaria la
valutazione periodica ed annuale degli apprendimenti degli alunni e
la certificazione delle competenze da essi acquisite e' espressa in
decimi ed illustrata con giudizio analitico sul livello globale
di maturazione raggiunto dall'alunno”. Ci chiediamo: Come mai viene
accostata la valutazione degli apprendimenti con la certificazione delle competenze
in termini di espressione numerica? Che cosa intendono gli estensori del
testo con competenze? Perché la loro certificazione deve essere espressa
in decimi quando la pur giovane tradizione italiana e la pratica europea
procedono in altre direzione?
Leggiamo anche i commi successivi. Ci
accorgiamo subito che nella scuola media viene abolito il giudizio
globale. Scopriamo poi che potrebbe bastare un cinque in una qualche materia
per ripetere l’anno.
Posto che il ritorno ai voti introduce un
elemento di chiarezza, come possono essere promosse e favorite la crescita e la
cultura dei preadolescenti? Chi insegna alle medie sa che cosa vuol
dire trovarsi davanti a ragazzi e ragazze dalle situazioni mutevoli e
dall’alterno rendimento, che recuperano sicurezza a poco a poco, in un
rapporto basato sul rispetto e il credito reciproco, secondo tempi e ritmi
diversi anche nella pratica della valutazione.
Non si tratta di tenere nella bambagia gli
alunni. Come già osservato, lo Stato stabilisce norme generali e standard
minimi demandando poi l’applicazione intelligente ai consigli di classe.
Va riconosciuta la valenza educativa delle scelte
e delle decisioni di un’equipe di docenti, rispettata l’autonomia di una scuola
nel sistema della valutazione degli apprendimenti, occorre infine tenere conto
in modo esplicito degli aspetti globali dei processi di apprendimento.
Certo la lettura di certi giudizi sulle pagelle
dei nostri figli imporrebbe un taglio netto ed immediato con forme
di valutazione deprimenti la didattica e l’educazione.
Speriamo che nella conversione in legge del
decreto o almeno nella circolare applicativa si risponda positivamente e
favorisca il lavoro di quanti vivono e praticano la valutazione come gesto di
chi educa insegnando.

Orianna Tinazzi

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