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L'epoca dello straniamento - di R. Iosa - parte 1^

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L'epoca dello straniamento - di R. Iosa - parte 1^

Messaggio  Admin il Mer Ott 15, 2008 3:35 pm

L'articolo di Iosa è stato suddiviso in 3 parti per permetterne la pubblicazione sul forum.

Leggo con avida empatia tutti gli articoli, aspri e amari, che scuolaoggi pubblica da un mese in qua sulla fase legislativa riguardante la scuola. Condivido pienamente le analisi di Gianni Gandola, Fabrizio Da Crema, Giancarlo Cerini, Cinzia Mion, fino ai filosofici sospiri di Gabriele Boselli e le emozioni postfemministe di Gianna Valenti. Amo leggere più volte i pezzi difficili di Franco De Anna (il mio pensatore preferito), che ci rilancia su scenari macro per evitare di rincorrere finte volpi e perdere l’obiettivo reale. In tutti vi sono pezzi di grande verità critica e acutezza di analisi.
A questo punto sento il dovere di dire qualcosa anch’io, quanto meno perché mi sento responsabile ma non colpevole di essere stato negli anni 80 e 90 attore non di secondo piano sia della riforma elementare che dell’evoluzione dell’autonomia scolastica, oggi abbandonata a un destino residuale.
Trovo in tutti gli interventi una strana sindrome, mai così palesemente emersa nella storia recente della scuola italiana: l’assoluto estraniamento delle cose che accadono in Ministero e in Parlamento dalla tradizione pedagogica, scolastica, educativa del nostro paese, al di là degli schieramenti politici della prima Repubblica e perfino dei dibattiti anche accesi dell’epoca Moratti. Almeno in quell’epoca non lontana c’era un tentativo di dare senso pedagogico e discussione alle scelte organizzative, buone o cattive che fossero.
L’estraniamento è un brutto dolore, dà l’idea che l’altro sia del tutto altro da te, un marziano con il quale non sia possibile alcun confronto. L’estraniamento crea smarrimento, una rivolta culturale che non ha interlocutori, ma solo tranchant decisioni senza alcun costrutto teorico palese da discutere se non quello economicistico. Al dibattito si preferisce il voto di fiducia e programmi televisivi senza contraddittorio. Ma dove siamo ormai?
Ha ragione De Anna a suggerire di inseguire la volpe giusta. Che a me pare non sia il grembiule o il maestro unico, ma la questione economica che pervade il sistema paese con la paura massima: un secondo ‘29. Ricordando che questa volta è una crisi profonda del liberismo, non del keinesismo. Non va dimenticato cioè che i crack non sono figli di salari esosi del lavoro dipendente o di un welfare spendaccione, ma dell’avidità di una finanziarizzazione globale che ha provocato disastri facendo per un po’ di anni più ricchi i ricchi e più poveri i poveri. E più sporco il mondo. Sta accadendo in queste ore che si corra il rischio che i ricchi si facciano pagare gli errori della loro avidità con interventi pubblici colbertiani, mentre i piccoli risparmiatori, i lavoratori dipendenti e i pagatori di mutui rischiano ogni giorno l’insonnia ed hanno già eliminato il prosciutto crudo dalla loro dieta. Insomma sta accadendo quella particolare situazione economica chiamata “socializzazione delle perdite” per cui, con il ricatto della recessione, pagherebbero ancora una volta i più deboli in beni e servizi. Perché, si dice, solo il mercato produce benessere e libertà. La socializzazione delle perdite è alla base anche del ritorno al maestro unico perché così si risparmiano 8.000 miliardi di euro, si dice “per rilanciare lo sviluppo”. Ma poi per farne cosa? L’Alitalia protetta? Le banche e i banchieri salvati? L’eliminazione dell’ICI tanto ai poveri ci penserà la carità? La riduzione delle tasse? Viene ripetuto come un mantra buddista che si deve “tagliare” per evitare che la recessione ci renda tutti più poveri. Questo è un ricatto attendibile, a sistema economico invariato, posto alla platea vasta del ceto medio e dei lavoratori a reddito fisso. L’imbarazzo è massimo perché su queste cose non c’è né maggioranza né opposizione, ma solo la Grande Paura. E la mancanza di coraggio di dire che c’è una crisi strutturale del liberismo e forse è ora di riprendere a pensare con coraggio ad un nuovo keinesismo, se le parole non fossero consumate direi ad una nuova socialdemocrazia. Cioè ad un nuovo sistema economico.
E’ paradossale che questa analisi non sia mia ma almeno in parte…dello stesso Giulio Tremonti nel suo recente libro. Uguale è la critica al mercatismo, solo che lui al posto della socialdemocrazia propone un modello para-sociale tipo Singapore, tutto Dio patria e famiglia. E’ dentro questo scenario che la vicenda della scuola si consuma in pensieri pedagogici di poco spessore, come se la scuola oggi non fosse che il nulla. Insomma, non c’è dibattito perché non c’è partita. Il campo da gioco è da un’altra parte. Si raccoglie il consenso non su ragionamenti ma sulle emozioni più nostalgiche possibili (non è un caso nell’epoca della Grande Paura). Non c’è la scuola all’ordine del giorno legislativo, ma altro, un altro estraniato mai così lontano dai fatti educativi, dalle prassi quotidiane delle scuole. E allora di che si parla? Con chi si parla? Perfino contro chi si parla? Con una maggioranza vincente sugli errori della sinistra, ma paurosa come la seconda davanti a scenari internazionali inquietanti? Può durare solo un po’ il populismo di scelte poco pensate e tutte da discutere (il 5 in condotta così cala il bullismo, il maestro unico perché i bambini hanno bisogno di un babbo, ecc….) tutti ricondotti al tradizionale “buon senso” che è la storica sfortuna della cultura del nostro paese. Poi i problemi della qualità dell’istruzione rimangono tutti se non aggravati. Ma così non c’è partita, non c’è arbitro, non ci sono neppure tifosi, ci sono solo spettatori attoniti dall’emergente panorama dell’urlo decisionista senza futuro e senza sfumature.
Ma come si fa a smettere di pensare? Siamo qui a dirci che fare, con uno straniamento in più.
Quindi, mi aggiungo agli scritti degli amici che ho citato e di cui condivido il pensiero, prendendola un po’ trasversale, evitando ripetizioni su questioni già chiaramente dette, e proponendo qualche pensiero in più, se serve al nostro dibattito sull’educazione, se è utile almeno ad uscire dal rischio che l’estraniamento diventi rumoroso silenzio o parole afone. Qualche spizzico di pensiero al bordo dell’addio perché servono pensieri per il domani.

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